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Venezia insolita: l’Isola di San Lazzaro

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Poco importa se ci si arriva per caso o seguendo un percorso organizzato, l’Isola di San Lazzaro perla nascosta del Bacino di San Marco, ci racconta una delle più belle storie della Repubblica di Venezia.

Il primo asilo politico al mondo

Ultimo approdo, nell’estate del 1717, di un piccolo gruppo di monaci armeni sfuggiti alle esazioni turche, l’antico lazzaretto di Venezia fu concesso dal Doge Giovanni II Corner al patriarca Mekhitar e ai suoi confratelli, seguendo una tradizione di magnanimità e ospitalità verso gli stranieri di ogni dove che trovavano rifugio sicuro nella repubblica del Leone a partire dall’anno 1253.

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In questa data infatti il senato di Venezia decretò l’estensione della cittadinanza a tutti gli stranieri in fuga da persecuzioni e guerre. Primo esempio al mondo di asilo politico, conferì a Venezia quella multi etnicità che si rispecchia nella sua architettura e nel suo patrimonio culturale.   

L’Isola degli Armeni

San Lazzaro, all’epoca poco più grande di un giardino, con i suoi 7000 m2 di terre incolte accoglieva qualche immobile in rovina e una chiesa diroccata. I luoghi furono presto investiti dai monaci: un magnifico chiostro, un convento e una chiesa troneggiano ora nel mezzo di quest’isola che fu ingrandita nel tempo, secondo la consueta tecnica veneziana, fino a raggiungere gli attuali 30.000 mq

 La generosità del doge Corner fu ben ricompensata nel corso dei secoli. L’Isola ormai ribattezzata ‘dei Armeni’ non ha mai cessato di produrre e diffondere scienza e cultura e di arricchirsi di opere d’arte tanto eteroclite quanto preziose provenienti da doni di famiglie disperse nella diaspora. Conosciuta anche come ‘La Piccola Armenia’, divenne una sorta di patria onoraria, anche grazie alla presenza massiccia di una comunità di questo popolo insediatasi da tempo nel sestriere di Castello, nei dintorni di ruga Giuffa.

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Uno splendido esempio di questi doni è la mummia con sarcofago offerta nel 1825 da Bolos Bei Iusuf. Si tratta delle spoglie di Nehmeket (800 a.C.), illustre appartenente della XII dinastia, originaria di Tebe. L’eccezionale stato di conservazione mette in evidenza il sudario finemente decorato di perle di lapislazzuli. Questo incontro con un passato di quasi 3000 anni meriterebbe, da solo, il breve viaggio in vaporetto. Ma non è che l’inizio delle sorprese dell’isola degli Armeni…

Ritroviamo le stesse suggestive tonalità di blu nelle arcate della chiesa, che ricordano come gradazioni di colore e motivi decorativi le moschee d’Asia centrale.

Un centro multiculturale

Incrocio di culture, luogo di scambio e di apertura verso i popoli e le nazioni, per volontà del fondatore dell’ordine Méchitarista, l’isola degli armeni diventa un centro di diffusione di un sapere che ai nostri giorni potremmo qualificare come ‘multiculturale’.

Agli inizi del 1800, nasce su quest’isola un importante centro di stampa di libri in alfabeti orientali. Nel corso di 100 anni furono stampate opere in 38 lingue e 10 alfabeti diversi.

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Attorno a questa produzione si costituì una biblioteca, arricchitasi nel tempo di manoscritti di pregio: più di 4.500 volumi, in lingua armena, turca, persiana, araba e indiana sono custoditi sul luogo, in parte nella biblioteca antica, con la sua collezione di opere stampate, carte geografiche e incunaboli e in parte nella biblioteca moderna, che utilizza tutte le tecniche di stabilizzazione atmosferica per conservare in maniera ottimale i manoscritti.

La chiesa, la biblioteca, la stamperia sono distribuite attorno all’antico chiostro, che ancora oggi contrasta per la sua profonda quiete con il brusio dell’antistante Piazza San Marco.

Il soggiorno di Lord Byron

Proprio in questi luoghi decise di soggiornare Lord Byron, poco prima di partire per la Grecia, dove troverà la morte in una delle battaglie per ottenere l’indipendenza del territorio del Peloponneso dall’impero ottomano. Si racconta che Lord Byron amasse attraversare a nuoto il braccio di laguna che separa l’isola degli Armeni dal Lido, risvegliando una certa inquietudine nei monaci.

Circolano ancora, nell’isola, alcuni aneddoti sul suo soggiorno che fu abbastanza lungo da permettergli d’intraprendere la compilazione di un vocabolario armeno-inglese che restò incompiuto.

Molto meno pubblicizzata, ma forse ancor più appassionante, fu la presenza in questi luoghi di un giovane georgiano, anarchico in fuga dalla Russia di Nikolaj II. Ricercato dalla polizia zarista si era imbarcato ad Odessa su un cargo diretto ad Ancona ed aveva raggiunto la laguna in maniera rocambolesca.

Timido, educato e sensibile aveva attirato le simpatie dei monaci e dei veneziani. Grazie alla sua capacità di suonare la campane secondo il rito latino e quello ortodosso aveva ottenuto vitto, alloggio e lavoro come campanaro. L’impiego non durò a lungo. La sua passione per le vigorose scampanate ortodosse, durante il rito latino, finì per creare scompiglio nel monastero, nel quale perse l’impiego. Ripartì verso al madrepatria Russa dove finì per unirsi alla Rivoluzione di Ottobre.

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Soprannominato in città ‘Bepi del giasso’ (Giuseppe del ghiaccio) nei circoli che frequentava assiduamente, lasciò a Venezia il ricordo di un uomo silenzioso e gentile. Lontano dalla laguna, che abbandonò per approdi ben meno tranquilli, fu conosciuto come Josip Staline. Pare amasse passeggiare nel roseto antico che si estende dietro al convento.

Proprio grazie a questi arbusti provenienti dall’Armenia, i monaci producono ancora oggi una marmellata di petali di rosa dal nome esotico di Vartanush, simbolo lieve e delicato della presenza armena a Venezia.

Copyright foto: Vitamina Project, Flickr.com, Nautica Report, Storie Enogastronomiche  

1 commento su “Venezia insolita: l’Isola di San Lazzaro”

  1. Incantevole….ci sono stata parecchi anni fa.. mi piacerebbe ritornare in compagnia di un’amica…magari rivisitare con l’aiuto di una guida….grazie..

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